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Corpo e psiche sono estesi: il costrutto dell’intersoggettività tra psicoanalisi e neuroscienze.

Relazione presentata al seminario interassociativo (AMHPPIA, AFPP,SIPP,SPI) “ll costrutto dell’intersoggettività: dialogo fra Psicoanalisi e Neuroscienze”, 23 Genn 2016., che pubblichiamo per gentile concessione dell’A.

Formazione del soggetto psichico e intersoggettività: genealogia e ramificazioni.

In una nota scritta su di un foglio nel suo esilio a Londra, Freud ci lascia in consegna un’affermazione affascinante e enigmatica al contempo : ..“ la psiche è estesa, di questo non sa nulla”. Si tratta di uno degli appunti che sono stati riuniti con il titolo di “Risultati, idee, problemi”, nell’ultimo volume degli scritti freudiani, nell’estate del 1938, circa un anno prima della sua morte. Nello stesso Compendio di Psicoanalisi, egli torna a porre l’accento sui processi somatici, che rappresentano il vero e proprio psichico : “La Psicoanalisi reputa che i presunti processi concomitanti di natura somatica costituiscano il vero e proprio psichico, e ciò prescinde a tutta prima dalla qualità della coscienza. “ L’ lo psichico è in sé inconscio.“ (Freud, 1938,). Freud in entrambe le riflessioni ci stimola a mettere a fuoco una psiche la cui estensione va al di là della coscienza, ed inoltre, è l’inconscio che ospita i processi di natura somatica, il vero e proprio psichico. Postazione teorica complessa che comporta il considerare il flusso di coscienza abitato da discontinuità, che divengono intellegibili a partire dagli effetti che lo stesso inconscio produce, l’ombra che vi proietta sottoforma di derivati. Se la coscienza è “l’unico faro”, “nella tenebra della psicologia del profondo”: una efficace immagine che Freud usa nell’opera L’Io e l’Es (1923) è altrettanto vero che egli è debitore a Kant di un’avvertenza che consente di differenziare lo psichico dalla coscienza tout court, non cadendo nel duplice errore di ” :…trascurare il condizionamento soggettivo della nostra percezione e di di identificare quest’ultima con il suo oggetto inconoscibile” ( Freud 1915 Pag.54). “ Non conosciamo il mondo se non attraverso modifiche del nostro corpo”. ( F.Napolitano 2010) E’ al testo sulle Afasie che occorre tornare per cogliervi l’interesse aurorale per il concetto di rappresentazione, (di oggetto e di parola) vero e proprio tentativo di esplorare il campo dei rapporti tra una psiche sempre più estesa e un cervello non postulato come rigida controparte cerebrale. ( Un localizzazionismo ben temperato lo definisce Napolitano). A tale riguardo cito un breve passo che prefigura l’ininterrotto dialogo interiore che Freud, sin dalle origini intrattenne con il registro corpo -mente: “ … Le fibre giungendo alla corteccia dopo aver oltrepassato le sostanze grigie, mantengono ancora un rapporto con la periferia del corpo, è vero, ma non possono più darne un’immagine topicamente simile……esse contengono la periferia del corpo come una poesia contiene l’alfabeto, in un riordinamento che serve altri scopi……..Se si potesse seguire in dettaglio questo riordinamento che dalla proiezione spinale procede sino alla corteccia cerebrale……” ( Freud, 1981, p.75) Riordinamento, risistemazione, termini che contengono il nucleo concettuale dei futuri studi sulla memoria e sulle tracce, sulla specifica concezione psicoanalitica della temporalità, che tanto hanno informato le nostre successive riflessioni. (Bastianini 2003,2005,2007).

A quasi un secolo di distanza, con nuove conoscenze nel nostro strumentario teorico possiamo provare a interrogare il lascito freudiano, pensandolo come un’intuizione anticipatrice, da una parte di quella nuova epistemologia in cui “corpo” e “psiche” “non designano due entità ontologicamente distinte ma “ processi paralleli e mutualmente correlati che si mimano l’un l’altro… come due facce dello stesso oggetto….per rappresentare nella mente gli eventi del corpo “ ( Damasio 2003 p.260) Dall’altra, anticipazione di quegli approfondimenti sul funzionamento psichico inconscio, relativi ai diversi modi della sua formazione ed espressione.

Nel corso del tempo, infatti,abbiamo provato a estendere sul piano teorico il pensiero psicoanalitico e conseguentemente il funzionamento inconscio, dall’ambito dei pensieri “ formulati” a quello dei pensieri “non formulati” e per realizzare tale estensione abbiamo avuto necessità di nuovi strumenti teorici. Vorrei ricordare, a tale riguardo, una riflessione di Freud che già nel 1895 così si esprimeva: “….Dobbiamo supporre che si tratti realmente di pensieri che non sono stati mai formulati e per i quali si dava solo una possibilità virtuale di esistenza, cosicché la terapia consisterebbe nel completamento di un atto psichico precedentemente incompiuto?”….( Freud, 1895 p. 435)

Soma e psiche intrattengono un complesso dialogo sin dalle origini della vita; Intensi investimenti attraversano il corpo prima ancora che un soggetto psichico sia nato . Quantità d’investimenti e al contempo segni qualitativi di forme dell’esperienza creeranno le condizioni di un corpo percepiente e semiotizzante, capace di rivelarsi nella sua speciale lingua. A livello clinico abbiamo potuto includere il somatico nel territorio del semiotico, riconoscere alle funzioni del corpo la potenzialità di un linguaggio, che per complessi motivi non ha potuto accedere al registro simbolico, alla rappresentazione di parola, o forse dobbiamo anche contemplare la possibilità che mai vi accederà. (J. Kristeva 1998).

Dopo la svolta linguistica, la psicoanalisi è tornata ad essere attenta alla dimensione “corporea- pulsionale”, essa, ha intercettato l’emergenza del soggetto oltre il linguaggio: è l’eredità freudiana che nell’incontro con le neuroscienze troverà nuova linfa per i propri avanzamenti. Abbiamo compreso, nel corso del tempo, quanta “esperienza” sia inscritta nei nostri corpi. Natura e cultura non costituiscono livelli di funzionamento separati, ma si “contaminano” reciprocamente nei primi periodi dello sviluppo mentre vengono “scolpiti” i percorsi neuronali. (T.Bastianini 2006)

Facciamo esperienza di emozioni quali la rabbia, la gioia, l’angoscia, il desiderio sessuale, soltanto perché siamo provvisti di un apparato cerebrale idoneo a generare tali emozioni. Tali emozioni generano a loro volta funzionamenti neurofisiologici la cui chimica altera e influenza le vie neurali.

La nostra evoluzione di esseri biologici ha consentito lo sviluppo della cultura e del linguaggio umano, che a loro volta generano metafore, prospettive psichiche, attraverso le quali facciamo esperienza dei nostri corpi.

Tenendo a mente che, come scrive Gaddini (1981) “il mentale è basato sull’organico e…la qualità mentale di un determinato funzionamento psichico consiste primariamente nell’avere un senso che fisiologicamente non ha”. . E per dirla con una diversa metafora concettuale proposta da Panksepp: “la sorgente ancestrale della nostra mente emozionale” .

Il dialogo fra psicoanalisti e studiosi di campi confinanti, ci ha consentito, attraverso gli studi sull’osservazione del bambino e delle sue interrelazioni precoci con l’ambiente, un’ampia conferma della presenza di competenze precoci (affettive, cognitive, relazionali). Inoltre preziosi apporti dal campo delle neuroscienze attraverso il modello della simulazione incarnata e la teorizzazione inerente il fenomeno del mirroring ci consente di comprendere in modo più puntuale la nostra “conoscenza incarnata”. ( “ perché coinvolge un formato corporeo di rappresentazione non linguistico” V.Gallese “2014) Mettiamo a fuoco l’originaria capacità del bambino di percepire l’altro, non solo come appoggio oggettuale del proprio bisogno, della propria fantasia, ma come soggetto indipendente dotato a sua volta di affetti personali, intenzioni e iniziative. Con il contributo delle teorie dello sviluppo infantile comprendiamo che il processo di graduale riconoscimento dell’oggetto come soggetto indipendente, dotato di una propria realtà psichica, non passa solo per le vie della riflessività e della rappresentazione simbolica, ma anche attraverso modalità preriflessive, molto più dirette ed automatiche, la cui mediazione è corporea.

Questa idea dello sviluppo naturalmente è convergente con le nozioni classiche di traccia mnestica, identificazione primaria, imitazione e comunicazione inconscia, fino al rispecchiamento materno di Winnicott. Nuove implicazioni per il nostro campo riguardano le teorie dell’empatia e del rispecchiamento, dell’identificazione proiettiva, concetti che da alcuni anni hanno trovato un’interessante congruenza nel campo neuroscientifico con la scoperta dei neuroni specchio (Gallese, 1998). In quest’ambito, la scoperta dei neuroni specchio, presenti in diverse aree della corteccia, ha avuto un ruolo fondamentale. Queste ricerche, offrono una cornice neurobiologica a sostegno della nostra comprensione clinica di numerosi schemi affettivi che si originano nella situazione intersoggettiva. Ci consentono di iniziare a comprendere, anche dal versante somatico, una molteplicità di fenomeni quali il comprendere gli stati mentali degli altri, le loro intenzioni, come entriamo in risonanza con le altrui emozioni, come riusciamo a condividere stati mentali (Gallese, 1998; Ammaniti, Gallese, 2014).

I neuroni specchio e gli altri meccanismi di rispecchiamento del nostro cervello fondano l’emergenza di “un elementare senso di sé e degli altri perché riflettono il legame intrinseco tra appartenenza e alterità che caratterizza la nostra esperienza di sé corporei che agiscono ed esperiscono emozioni e sensazioni”. ( Gallese e Sinigaglia, 2011). La costruzione simbolica di un Sé corporeo, la sua rappresentazione, richiede la presenza di funzioni riflessive. Le funzioni riflessive nascono all’interno della matrice intersoggettiva. “ il pensiero riflessivo occorre quando …..Il nominare e descrivere me” crea metaforicamente sia “Io” che “Me” come aspetti interdipendenti dell’autoconsapevolezza umana ( soggettività umana). T.Ogden 1979)

Quando le funzioni riflessive falliscono nel contenere emozioni intense, queste sono espulse dalla consapevolezza (cfr. il concetto di Verwerfung in Freud e le successive integrazioni ed evoluzioni.)4 ed entra in campo il corpo lasciato in solitudine a testimoniare il dolore psichico. Le risposte sintoniche ed empatiche delle figure di accudimento, consentono di far evolvere gli affetti, all’inizio esperiti come sensazioni corporee, in seguito, in stati soggettivi che possono essere comunicati attraverso la parola. ( H.Kristal 1988) Siamo inoltre, diventati sempre più consapevoli che le esperienze traumatiche influenzano profondamente i livelli di funzionamento riflessivo5. Determinano il fallimento dell’elaborazione sul piano simbolico.

“Il mezzo attraverso il quale traumi precoci determinano un imprintig sull’unità psiche-soma è, in parte lo stabilirsi di un sistema di memoria “ dissociato”, in cui i vissuti di interruzione dell’esperienza del sé sono registrati in una forma che non può essere elaborata dall’individuo come propri pensieri, sentimenti, percezioni e sensazioni corporee provenienti dal passato. Piuttosto pensieri impensabili, e questi sentimenti che non possono essere sentiti, irrompono nella coscienza come inspiegabili e spesso innominabili stati di paura,disperazione,solitudine e altro ancora , e nel corpo come disturbi psicosomatici” ( T. Ogden,2004)

Abbiamo appreso che il corpo sa e può “tenere il conto” ( Van Der KolK 1996) al posto della psiche.Per tali motivi si è sviluppato un grande interesse intorno ai temi della dissociazione in relazione al trauma. “Gli stati affettivi sono incorporati nella vita psichica come sedimenti di antichissime esperienze traumatiche, e vengono ridestati quali simboli mnestici in situazioni simili.” Freud 1925; pag. 243).

Ogni teoria degli affetti cerca di chiarire l’interazione tra soma e psiche. Gli affetti hanno la funzione di creare legame fra la mente e il corpo. Gli affetti organizzano percezione, pensiero, memoria, rappresentazione, fisiologia, comportamenti e interazione sociale. Gli affetti connettono non soltanto il corpo ma anche mente e corpo fra individui. Siamo predisposti sin dalla nascita a partecipare alla matrice intersoggettiva che è condizione dell’umano. Nebenmench, è per Freud l’essere umano prossimo, utile a evocare la funzione originaria dell’altro ( Freud,1895)

Ogni storia è unica e i dati scientifici della ricerca attuale attraverso il concetto di epigenesi, vale a dire il prendere in considerazione il modellamento costante della mente tra eredità genetica e ambiente, ce ne dà testimonianza, congruentemente all’originaria intuizione freudiana delle Serie Complementari. Una riflessione approfondita meriterebbe inoltre il tema introdotto da Bion nella differenziazione tra «causa e fatto selezionato» (Bion, 1992, 274).

In quest’ottica, “la psiche estesa” con il suo correlato corporeo, dà forma a uno spazio psichico al di là dei confini del soggetto; uno spazio, del resto, che anche nell’intrapsichico, caratterizza nella sua pluralità l’espressione del soggetto. L’esperienza lascia una traccia in una pluralità di segni; tracce psichiche, tracce sinaptiche, in un’espressione plastica (plasticità psichica e neuronale) aperta al cambiamento che comporta il riconsiderare ogni individuo nella sua unicità e imprevedibilità evolutiva (Kandel, 2001b Ansermet, Magistretti, 2004.) 6

F e G: il corpo sa….

Come possiamo accedere a ciò che è comunicato ma non rappresentato in parole? Qualche riflessione clinica

F. è una psicoterapeuta alle prese con un momento doloroso della sua vita. In una seduta della sua analisi a fini di formazione F. racconta all’analista di una propria paziente con costanti pensieri di suicidio e del terribile mal di testa che l’aveva presa mentre ascoltava impotente il discorso monotono e senza speranze di questa paziente nel corso della sua ultima seduta di psicoterapia. F. riferisce anche che, a differenza di tante altre sedute del passato, prive di risonanza emotiva, questa volta la paziente aveva cominciato a raccontare della perdita traumatica del proprio marito (un ictus fulminante, lo aveva sentito rantolare). Con sua sorpresa F. aveva osservato che mentre ascoltava il racconto doloroso della propria paziente il mal di testa cominciava a diminuire fino a scomparire del tutto.

Mentre mi racconta di questo episodio, mi segnala incredula che il mal di testa la sta di nuovo assalendo e tuttavia il mal di testa si dilegua non appena la paziente, associando, recupera un ricordo di lei a 10 anni che apprende della morte traumatica del proprio nonno, ( forse un infarto? O qualcos’altro che le è stato taciuto?). Ricorda con fastidio il modo in cui le fu comunicata la notizia; brutalmente, con crudezza, senza alcuna protezione per la mente di lei bambina e di come questa esperienza di sentirsi emotivamente trascurata dalla propria famiglia fosse stata una costante per tutti gli anni dell’infanzia. Ricorda che in quell’occasione si sentì pervasa da una sensazione di gelo. Il gelo cadde sulle sue emozioni e non si sentì più tanto in se stessa.

Nell’ascoltare questo racconto, ne sono incuriosita e contemporaneamente provo un senso di disagio. Che cosa sta accadendo? Quale campo psichico ha preso forma tra F e la sua paziente e ora tra di noi? Quali simmetrie e risonanze di vissuti possono aver dato luogo a livello intercorporeo a una comunicazione inconscia, così che il corpo della psicoterapeuta diveniva il luogo di registrazione di affetti non simbolizzabili verbalmente?(un’esperienza pervasiva sul piano intrapsichico che è immessa nello spazio interpsichico e/o intercorporeo al fine di poterne regolare l’intensità dolorosa ).

Riflettendo a posteriori sui fenomeni riferiti dalla paziente e ripetuti nella stanza d’analisi formulai l ‘ipotesi che la paziente avesse vissuto con la propria paziente in un enactment, la ripetizione di una “regolazione affettiva condivisa” nell’infanzia con il proprio ambiente, fondata sulla dissociazione degli affetti e che il mal di testa segnalava, appunto, la perdita temporanea delle funzioni elaborative delle emozioni. Il mal di testa nella seduta inoltre, poteva avere il significato di una comunicazione di transfert riguardante le medesime dinamiche dissociative che temeva di poter ripetere nel rapporto con l’analista. Anche in questa occasione, l’espansione dell’involucro narrativo, capace di cogliere e significare le forme di comunicazione inconscia adottate, operato da analista e paziente aveva permesso la possibilità di un’ elaborazione anziché una ripetizione.

Il campo psichico intercorporeo mutualmente costruito segnalava simmetrie rilevanti nel campo dei vissuti e delle soluzioni inconsce adottate per fronteggiarli. La presenza di un’altra mente, (quella della terapeuta e la mia nella seduta), ha potuto svolgere un’immediata funzione di contenimento e trasformazione dell’affetto dissociato, tanto da renderlo comunicabile e per questo depotenziarlo nella sua dimensione angosciosa, dando luogo ad un nuovo campo interpsichico. Controtransfert, enacment,soggettività e intersoggettività, o sarebbe meglio dire “campo intersoggettivo”, sono costrutti che si riferiscono a questa problematica e che hanno acquisito un loro statuto, divenendo trasversali ai vari paradigmi teorici.7

G. è un professionista affermato, in analisi per problemi professionali e interpersonali dovuti alle sue scarse capacità assertive, con concomitanti stati di angoscia che generano crisi di panico. Non si lascerebbe mai andare a un’espressione di rabbia in una forma esplicita, tuttavia uno dei suoi problemi è proprio quello di subire talora, le prevaricazioni degli altri. Si capisce nel tempo della sua tendenza alla passività come difesa dall’angoscia che prova ogni volta che si profilano situazioni interpersonali potenzialmente conflittuali. G. arriva in seduta e inizia a parlare con aria lieve di una questione lavorativa non andata a buon fine. Poi passa subito ad altro e mi racconta che qualche ora prima in palestra facendo spinning osservava nel monitor di cui è dotata la macchina, un film di combattimenti molto intensi (una lotta tra asiatici che se le davano di santa ragione) con suo grande stupore scopre che nel vedere il filmato, le sue pulsazioni sono aumentate di venti unità. Si preoccupa e lascia immediatamente la postazione. Nel corso della seduta, fa una battuta sui suoi neuroni specchio ( fa parte di uno slang condiviso tra di noi) che forse “lo avevano imprigionato in un’esperienza in cui la sua rabbia aveva trovato per il tramite “degli asiatici” una sua prima forma di espressione”. Ricostruiamo in seduta che la rabbia, di cui non era consapevole per quanto gli era accaduto, ha trovato una prima possibilità di rivelarsi proprio in un primo accesso diretto, corporeo, tramite l’osservazione del combattimento degli asiatici. Solo in un secondo momento è stata possibile con l’aiuto dell’analista riconoscere ed appropriarsi soggettivamente dei propri sentimenti aggressivi nei confronti di alcuni colleghi che lo avevano manipolato e tradito.

Le evoluzioni del pensiero psicoanalitico ci hanno reso sempre più consapevoli dell’importanza di stati mentali originari che coinvolgono il corpo e le prime esperienze psichiche che non possono essere formulate, il corpo come luogo di codificazioni di esperienze affettive precoci. Tali prospettive attribuiscono importanza al riconoscere un inconscio che non trascrive solo pensieri rimossi, ma prima ancora registra e trascrive “processi”, cioè il modo in cui le esperienze del Sé e del rapporto sé-altro siano operativamente determinati nella comunicazione inconscia tra il bambino e la madre. (Bollas 1987)

Nell’inconscio sono depositati molti “ paradigmi esistenziali e relazionali” (Bollas, 2009) derivanti da un processo continuo di elaborazione operato dal sé, di messaggi emotivi provenienti dal mondo oggettuale . Da questi scambi intersoggettivi e interpsichici registrati inizialmente a livello non simbolico, si sviluppa un funzionamento mentale inconscio (memoria di quei processi) che si esprimeranno poi attraverso l’azione, i sogni, il transfert e le risonanze dell’identificazione proiettiva e che modellerà inconsciamente l’esperienza psichica. Questa forma di “conoscenza non pensata” detterà le regole invarianti della relazione affettiva con se stessi e con gli altri.

Nell’affermarsi storico del concetto esplicativo di rimozione qualcosa è andata perduta nella contemporanea eclissi del concetto di dissociazione, essa tuttavia ha continuato ad esistere come inabissato in un percorso carsico della ricerca psicoanalitica. Un’altra forma di pensiero inconscio fondata su quanto potremmo definire con Bollas” l’inconscio ricevuto” (Bollas, 2009) è presente nella ricerca di Freud. Il suo rifiuto di rinunciare del tutto ad una eziopatogenesi traumatica , il suo concetto di traccia, e i suoi riferimenti a memorie di esperienze non formulate simbolicamente e a un inconscio in una accezione più vasta del solo inconscio rimosso, gli studi sulle difese contro la percezione inconscia che suscita angoscia, sull’impatto della realtà nella alterazione e nella scissione dell’Io, possono essere considerati appunto come intuizioni non elaborate relative ad un funzionamento mentale inconscio che oltrepassa la dinamica del conflitto intrapsichico fra le istanze. Qualcosa che invece, stimolato dalla passione clinica, riemerge ed è pienamente riconosciuta, nella teoria del trauma di Ferenczi, nei successivi concetti d’impingment e di scissione fra intelletto e psiche-soma di Winnicott, di scissione e introiezione difensiva dell’oggetto insoddisfacente di Fairbain, fino ai contributi contemporanei della psicoanalisi europea e nord americana. Sullivan, ad esempio, intende la dissociazione come un fenomeno connesso agli aspetti di sicurezza nel legame. La ricerca di sicurezza e le operazioni psichiche a essa connessa, rappresenterebbero “attività interpersonali per fuggire o minimizzare l’angoscia” (Sullivan 1940).

Intersoggettività e legami traumatici: il ruolo dell’identificazione

Come sappiamo, Freud aveva affrontato nel corso dello sviluppo del suo itinerario teorico il rapporto “evento-psiche “nei termini di un rapporto fra Io e oggetto, e persino, in alcuni passaggi, nel rapporto con la soggettualità dell’oggetto (Freud, 1914, 1921), che alterava l’Io attraverso complessi processi identificatori, per i quali “l’ombra dell’oggetto cade sull’Io” (Freud, 1915). Con la teoria dell’identificazione ( profondamente riconsiderata nel corso delle successive evoluzioni teoriche, sino ai più recenti contributi, si confronti ad esempio D.Stern nel suo ultimo libro Le forme vitali 2011) descriveva, sia nello sviluppo patologico che in quello normale, un Io dai confini fluidi e la formazione della struttura psichica come un processo non autonomo ma a duplice influenza, dall’interno e dall’esterno, sia per come il soggetto incorpora le caratteristiche dell’oggetto, sia per come è internamente spinto ad assimilare, a farsi eguale all’oggetto per eluderne l’alterità. Tuttavia i successivi sviluppi della teoria evolutiva in psicoanalisi e i contributi dell’Infant Research hanno consentito di riconoscere che il bambino si appropria delle qualità dell’altro non in ragione di un investimento narcisistico volto a negarne la perdita e il controllo, bensì in ragione di un bisogno di riconoscimento e di un legame sicuro, essendo dotato fin dalla nascita di una potenzialità di percepirne plausibilmente le comunicazioni. (Moccia 2011) Il bambino «non possiede egli stesso, “nella sua attività inconscia”, l’apparato che gli consente di interpretare reazioni di altri uomini, ossia di far recedere le deformazioni che l’altro ha imposto all’espressione dei propri impulsi emotivi?» (Freud, 1912-13,161) L’apparato per interpretare l’inconscio degli altri va di pari passo con la necessità di mantenimento dei legami indispensabili alla sopravvivenza biologica, affettiva, relazionale del soggetto. Siamo con Bowlby ai legami di attaccamento (al bisogno di sicurezza) che oggi tendiamo a pensare anche, come forma di regolazione affettiva. Oggi sappiamo molto di più sui modi in cui attraverso le identificazioni il bambino si appropria delle regole dell’essere e del mettersi in rapporto (Bollas, 1989

Naturalmente l’idea che i processi di identificazione, da cui derivano i modi futuri di organizzare l’esperienza, procedano attraverso una forma di appropriazione da parte del bambino dell’esperienza intersoggettiva, codificata inizialmente a livello presimbolico e poi rimaneggiata con l’avvento delle capacità simboliche e linguistiche, è presente in modo diverso in molti autori. Da Winnicott a Bollas con il suo concetto di conosciuto non pensato, (Bollas 1987) da Sandler (attaccamento a un oggetto interno) (Sandler 1991) a Stern (conoscenza relazionale implicita (Stern 1998) e a Stolorow (inconscio preriflessivo 1992), fino al costrutto del legame con l’oggetto cattivo di Fairbain, (1944) o di quello d’identità negativa di Erikson (1959) e dei riferimenti teorici di Loewald (1980).

La parola è qualcosa di più…..

“Scoprire la verità sul paziente vuol dire sempre scoprirla con lui e per lui e insieme per noi e su noi. E vuol dire scoprire la verità tra l’uno e l’altro, dato che la verità degli esseri umani è rivelata nel loro essere in relazione gli uni con gli altri……( Loewald, 1980, pp.297-298)

In conclusione, ciò che mi sembra rilevante sottolineare a partire dalle riflessioni proposte, è che prendiamo in considerazione un campo psichico ampliato, uno psiche-soma i cui segni, punti di repere, appartengono a una pluralità di codici d’iscrizione e comunicazione. Essi transitano attraverso i diversi registri del nostro funzionamento: intersoggettivo, interpsichico e intercoporeo. Tale ampliamento di prospettiva ha naturalmente delle ricadute dal punto di vista delle concezioni dell’azione terapeutica. Non intendo naturalmente, esplorare quest’argomento, se non come accenno a delle questioni che hanno molto investito il dibattito contemporaneo. Parafrasando lo storico lavoro dello Study Group di Boston, Something more than…. Il quale, è utile ricordare, ha rilevato che molti cambiamenti durante l’analisi, non avvengono soltanto come conseguenza di insight consapevoli, bensì nel campo dell’inconscio procedurale, come conseguenza di esperienze di interazioni, moments of meeting, forme conoscitive non verbali e comportamentali fra analista e paziente che determinano cambiamenti nella memoria implicita), parafrasando appunto il titolo, direi che sarebbe utile continuare a riflettere su : “ qualcosa in più della parola o nella parola”. Se il linguaggio ci permette di condividere con gli altri alcuni aspetti delle nostre esperienze, ciascuno di noi sa, dalla propria analisi, fino alle numerose esperienze con i propri pazienti, quanti limiti abbia la parola. Il linguaggio, infatti, è anche istanza che separa il processo primario dal secondario e che fa sì che parti “ lasciate fuori” della nostra esperienza «divengano più difficilmente comunicabili a noi stessi e agli altri» (D.Stern 2011). L’esperienza che ha luogo nel campo della relazione tra due soggetti secondo una molteplicità di codici, ( cfr. W. Bucci), non può essere fatta rientrare se non in modo molto parziale nel campo della relazione verbale. E, nella misura in cui agli eventi che hanno luogo nel campo della relazione verbale, è attribuito l’unico valore di “realtà”, una parte significativa dell’esperienza psichica, incluso il corpo, può divenire il campo sommerso dell’esperienza» (D. Stern 2011). Se il campo psichico ampliato ci conduce a divenire consapevoli di una capacità che ospitiamo in noi di ascoltare con tutti sensi (A.Vergine, S.Resnik) in grado di attivare una modalità sensopercettiva particolare nel raccogliere le informazioni nel campo in cui siamo immersi, dobbiamo al contempo ricordare che il flusso di parole della madre che parla con il neonato e le vocalizzazioni del bambino sono espressioni di una complessa esperienza sensoriale- emotivo-cognitiva globale…”mentre la madre emette le parole, il bambino non le percepisce come tali ma è immerso nel loro suono-ritmo, come aspetti emergenti di una esperienza uniforme… Le parole

incarnano le cose in un mezzo senso-motorio specifico…gli elementi sensomotori del discorso rimangono ingredienti fisici del discorso…questa caratteristica continua ad abitare nel linguaggio in tutte le sue forme compresa quella interiore (H. Loewald, 1999).

In questa prospettiva l’inconscio, non solo non è strutturato come un linguaggio, bensì è ipotizzato come una funzione in grado di trascrivere forme simultanee di esperienza: quella vissuta e quella verbalmente rappresentata. Una che tiene traccia del sé nel tempo e l’altra che coglie il momento presente.

In altri termini, il nostro sforzo costante nella cura dei nostri pazienti è di creare un campo di esperienza che consenta l’instaurarsi e il mantenersi di uno spazio potenziale che trae la propria specificità dall’attenzione costante alla dimensione inconscia secondo i molteplici registri sin qui evocati, di ogni divenire soggetto.

Tentiamo di dotarci di un pensiero attraverso il quale individuare la pluralità delle forme di espressione dello psichico, uniche, di cui facciamo esperienza nell’incontro psicoanalitico e dalle quali traiamo linfa per l’esplorazione originale del nostro sapere. E’ la nostra capacità, squisitamente analitica, di cogliere le varie spinte profonde insite nei fenomeni che osserviamo.

NOTE:

2 I primi anni di questo nuovo secolo hanno visto emergere la spinta ad un confronto interdisciplinare che ha posto al centro la speranza, dopo la svolta linguistica della seconda metà del 900,(Rorty) con le ricadute che ha avuto nel nostro campo in termini di proposte costruttiviste,narratologiche, anche radicali. Pur riconoscendo l’importanza che nel passato hanno avuto le culture post moderne riguardo un accettabile relativismo conoscitivo e culturale, la necessità di considerare “un realismo minimo”, ha aperto le porte allo sguardo di una ricerca che via via scopriva la ricchezza del sistema biologico, nelle sue versioni complesse ( sia sul versante dell’autoorganizzazione che dell’epigenesi)

3 Nel saggio sull’Inconscio Freud postula il concetto di conoscenza per analogia: “ che anche altre persone abbiano conoscenza analogica che, in base alle azioni e manifestazioni osservabili degli altri, ci permette di farci una ragione del loro comportamento……noi attribuiamo a tutti gli altri soggetti la nostra costituzione e quindi anche la nostra coscienza e questa identificazione è il presupposto della nostra comprensione”( Freud 1915, p.52) Analogia e identificazione mi sembrano due elementi sui quali è fondamentale continuare ad approfondire la nostra ricerca.

4 Le scoperte neuroscientifiche sui sistemi multipli di memoria (implicit/dichiarativa) e sulla trascrizione delle informazioni emotive ad un livello simbolico e subsimbolico che possono rimanere disconnessi se la condizione di impotenza del soggetto traumatizzato genera una inondazione emotiva psichica cataclismatica, hanno stimolato la ripresa di studi e ricerche concettuali nel campo psicoanalitico in merito alla psicodinamica del trauma.

L’attenzione si è focalizzata sulle originarie proposizioni di Freud sulle difese contro la percezione che genera angoscia . La Verwerfung ad es: che, sebbene usata da Freud in accezioni diverse, conserva nel suo senso di rigetto un potere euristico nella comprensione della psicodinamica del trauma e nella indicazione di una nozione più panoramica di inconscio, tale da accogliere anche quella di inconscio non dinamicamente rimosso : “ Esiste un tipo di difesa molto più energico e molto più efficace che consiste nel fatto che l’Io rigetta la rappresentazione insopportabile insieme al suo affetto e si comporta come se la rappresentazione non fosse mai giunta all’Io”. ( Freud, 1894)Concetto molto simile a quelli di diniego, abolizione o ricusazione proposti in scritti successivi.

Una ricerca arricchita dal recupero della lezione di Ferenczi sul bambino abusato, che poneva ancora più in luce la causa relazionale dei processi scissionali (termine usato da Ferenczi in una accezione molto vicina al concetto di dissociazione) in atto nel trauma. Il bambino si identifica con l’aggressore e con la sua modalità di regolazione dell’affetto che è fondata sulla scissione dell’emotivo che lo rende incapace di comprendere il linguaggio della tenerezza. ( G.Moccia 2011)

5 I termini funzione riflessiva e mentalizzazione si riferiscono alla fondamentale capacità umana che si sviluppa a partire dalle primissime relazioni di scambio e condivisione, in particolare in quelle capacità della madre di rappresentarsi la mente del bambino e dall’interiorizzazione da parte di quest’ultimo di una funzione psichica materna lo immagina come essere mentalizzante

6 La scoperta delle neuroscienze dei circuiti neurali della memoria implicita, (Kandell, 2000; Le Doux, 1996) ha conferito una base biologica alle inferenze psicoanalitiche sulla memoria degli affetti, più antica di quella cognitiva e simbolica, che permane come traccia influente per tutta la vita sulle operazioni cognitive e sull’elaborazione delle informazioni. Oggi sappiamo infatti che nei primi tre anni di vita le esperienze infantili si iscrivono in un codice presimbolico ampiamente costitutivo di una forma di inconscio diversa da quello dinamicamente rimosso, nei circuiti della memoria implicita. Tali esperienze possono trascriversi come schemi emotivi di significato inconsci , dissociati dalla percezione di sé del bambino e che tuttavia hanno un potere di influire sull’esperienza psichica,i cui effetti non vengono compresi: “ Lo schema inconscio fornisce un codice per interiorizzare esperienze e sensazioni, ma questo codice non è comprensibile nell’ambito dell’esperienza del sé, le azioni cui esso costringe sono organizzate in modo da conservare una tale esclusione.” (G. Klein 1976).

7 La dissociazione ( per brevità non propongo quanto già detto in altre circostanze a proposito dell’uso del termine in relazione al concetto di scissione così come utilizzato da Ferenczi) è una strategia di sopravvivenza emotiva che si attiva molto precocemente, permettendo di gestire affetti traumatici, “ la fuga in assenza di via di fuga” (Putnam 1997) essa gioca un ruolo critico nell’identicazione proiettiva. ( Schore 2001) Identificazione proiettiva intesa come processo interattivo bi-direzionale ( Bion, Ogden, Grotstein)

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