Una foto è una foto è una foto

Recensioni LibriRubrica "Associamo"

Una foto è una foto è una foto

Una foto è una foto è una foto

Giulio Einaudi Editore, Torino, 2025

di Silvia Camporesi

Recensione a cura di Alessio Ciardi

tempo di lettura 2 minuti

Una foto è una foto è una foto. Titolo del saggio, citazione di una poesia [1] , definizione circolare di un oggetto. Nei suoi duecento anni di storia la fotografia ha quantomeno modificato la capacità di leggere la realtà. Proprio quel titolo, reinventato da Silvia Camporesi, rende complessa la questione di cosa sia effettivamente una foto. Citando il fotografo Domenico Riccardo Peretti Griva, la fotografia è una cosa seria, l’autrice espone la ‘giovane’ storia di un invenzione/scoperta [2]  umana, che si innesta sulla storia di una delle prime attività intellettuali della nostra specie. Sin dai tempi delle grotte [3] i nostri antenati crearono attraverso la luce, il colore e le ombre, forme rappresentative e autorappresentative, inaugurando così il rapporto con il tempo e lo spazio, segnato dalla realizzazione della propria transitorietà, e di conseguenza del legame tra umano e trascendente, ma anche avviando il gioco e l’arte.
Le molte vite della fotografia (titolo del primo capitolo), dissolta nei suoi infiniti travestimenti [4], ci conducono a due questioni fondamentali del presente: la sovrapproduzione di immagini da un lato, e la perdita di un referente diretto per quelle prodotte attraverso l’intelligenza artificiale dall’altro, che incidono sul nostro modo di approcciare il vero e il falso, e più in generale l’esperienza del reale.
La singolarità infinita di ogni scatto è messa in tensione dalla ripetizione dell’atto di fotografare e la ripetizione di una foto è una foto è una foto direi che possa giocare proprio su questo.
Nel saggio direi che l’autrice riflette su cosa c’è ancora di antico nell’inevitabile, non c’è niente di antico sotto il sole [5], e su quali siano le possibilità integrative nella fotografia, nell’arte e in generale nelle attività umane dove la pervasività dell’immagine risulta centrale e spesso disturbante.
Il saggio tocca molte questioni tra cui quella, tipicamente contemporanea, della ricerca di esperienze eccezionali che un certo tipo di fotografia illude di poter raggiungere. Ma Camporesi centra esattamente il punto scrivendo: la sola possibilità di unicità risiede nell’inaspettato che, in quanto tale, non è prevedibile. Ecco lo scacco alla ripetizione. Speculare al lavoro analitico, l’unicità del movimento spontaneo del corpo o del pensiero si apre nell’incontro con l’imprevisto. Cercare l’invisibile dentro il visibile, ascoltare l’eco dell’inconscio nel racconto manifesto di una storia, di un sogno e di ogni atto. Come non tutto sarà analizzabile, incredibilmente, non tutto sarà fotografabile, lasciando spazio alla non-rappresentabilità.

Il saggio attraversa le opere di molti fotografi e intellettuali che hanno lavorato sulla complessità della fotografia, per cui una foto è una foto, ma non solo. Una cosa è ciò che è, nel modo in cui appare, ed è impossibile alterarne l’essenza, allo stesso tempo la fotografia assume molteplici (infiniti, come il simbolo ∞ che è inciso sugli obiettivi) significati simbolici.
Ogni oggetto non è mai semplice come potrebbe apparire e una foto, per la sua natura muta, evoca l’essenza dell’incomprensibile. Sovrastati da una miriade di immagini, forse il nostro sguardo rischia di non posarsi più sul mondo.

Lascio al lettore scoprire le ultime, intense pagine. Soltanto una citazione: continuiamo ad associare la fotografia a una qualche idea di bello. Desiderare di osservare ancora qualcosa di vivo e reale ci spinge a ripensare a ogni immagine, che può racchiudere in sé un barlume di verità, una traccia di memoria, una preveggenza del domani.


 [1] «Una rosa è una rosa è una rosa» scriveva Gertrude Stein. Verso contenuto nel poema Sacred Emily.
 [2] Questione sollevata dell’autrice e che richiama il creato/trovato winnicottiano.
[3] Bataille G. (1955), Lascaux. La nascita della storia dell’arte, Abscondita, Milano 2017.
[4] Dalla copertina del saggio.
[5] Frase molto cara a Luigi Ghirri, tratta dalle letture di Borges.