Sentimental Value

Recensioni

Sentimental Value

 Sentimental Value

Regia: Joachim Trier

Sceneggiatura: Joachim Trier ed Eskil Vogt

Produzione: Norvegia, Germania, Danimarca, Francia, Svezia

Anno: 2026

Recensione a cura di Martina Margheri

tempo di lettura 2 minuti

 

Nella casa di famiglia, vera protagonista del film di Joachim Trier, si apre la storia, meglio sarebbe dire le storie. Nonostante l’atmosfera nordica non mancano i colori e la dolcezza infusa dalla regia nel raccontare il dolore. La casa familiare dei Borg è di per sé soggetto e oggetto del film: vive di una vita propria, che ben traspare inquadrata continuamente, raccoglie i rumori e i passaggi dei protagonisti, del susseguirsi di una vicenda familiare piena di dolore, ferite e tradimenti attraverso le generazioni e i traumi che le attraversano. Il conflitto familiare, il malessere e le tensioni non vengono mai descritte a parole, ma emergono attraverso le immagini. Non si passa da un confronto reale, ma attraverso la sublimazione che permette di dire cose enormi senza esplicitarle mai. Il valore artistico si rintraccia proprio in questa capacità comunicativa che non azzera aspetti di cripticità, come aperture a una lettura sempre individuale.
I tempi si mescolano continuamente tra il passato lontano e una scena presente in cui due sorelle affrontano la perdita della madre e si ritrovano
faccia a faccia con un padre assente, figura che pareva scomparsa, preda delle sue ombre, di paure annegate e una continua ricerca di un soddisfacimento impossibile. Il legame con le figlie, la fatica che apre in ognuna di loro, ripresentandosi in occasione della morte della madre, mette in chiaro quanto ingombrante possa essere un’assenza, quanto spazio interno consumi il vuoto di un genitore preso costantemente da sé stesso.
Assillo e dubbio si insinuano nel corpo della figlia maggiore (Nora), dubbio dettato dall’incertezza che l’abbandono precoce produce; il corpo è pieno di quesiti, senso di nullità e cerca di sfuggire alla rabbia, all’incontro, ad un contatto vero. Solo il teatro sembra poter accogliere l’ espressione di un sentire che rimane distante, circoscritto e schermato dalla finzione. Nella storia delle sorelle, diverse ma inesorabilmente unite, la casa si fa teatro di un alternarsi continuo tra generazioni lontane, solchi di una storia attraversata da traumi che aprono il tempo e lo immobilizzano, ne fermano lo scorrere. Le storie si susseguono, stratificandosi nella casa con tracce temporalmente lineari. Ma la casa, così come le storie che la abitano, tra il prima e il dopo, è trafitta da una crepa che ne minaccia l’integrità e la tenuta, ne attraversa gli strati. Si apre uno squarcio profondo che colpisce ogni tempo, ogni vita e chiede — grazie al dolore delle figlie, le incapacità del padre e le impossibili comunicazioni tra le generazioni — di essere visto e curato.
Il padre sembra vedere la figlia attraverso ciò che di lei riconosce in sé e ciò che rintraccia di lei nella storia traumatica di sua madre. L’identificazione sembra una condanna a ripetere una scena che ha un finale nefasto. Questa identificazione agisce come una “crepa” nel simbolico e Nora rischia di restare intrappolata nel desiderio dell’Altro (il padre), diventando un puro oggetto della sua narrazione anziché un soggetto autonomo. Sembra essere il legame orizzontale, quello tra sorelle, testimoni l’una del dolore e del coraggio dell’altra ad impedire la messa in atto di una visione distruttiva e a permettere che la scena sia solo recitata, rimanga un film, liberando entrambe dal solco della ripetizione.