Rothko a Firenze
Maggio 5, 2026 2026-05-05 17:24Rothko a Firenze
“Rothko a Firenze”
Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko (1903-1970), maestro dell’arte moderna americana. La mostra ha due sezioni speciali presso il Museo di San Marco e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana.
Recensione a cura di Sara Bastiani
tempo di lettura 2 minuti
Molto è già stato scritto sulla mostra, sulla vita dell’artista e sul contesto in cui si inserisce. Qui, invece, vale la pena soffermarsi su ciò che accade dentro le sale: qualcosa di intimo, difficile da tradurre in parole. Quella di Rothko è una pittura profondamente esperienziale, pensata per creare un incontro emotivo tra opera e spettatore. Le sue opere sembrano entrare in dialogo diretto con la mente e lo spirito, scavando e risuonando nella psiche di chi guarda.
A un primo sguardo, le opere possono apparire semplici, quasi sbrigative: “solo campiture di colore”. Ma fermandosi qualche minuto in più, lasciando che lo sguardo si abitui, quei colori che sfumano ai margini e si attraversano l’un l’altro iniziano a muoversi dentro chi osserva. E da quella apparente semplicità emerge un senso di inquietudine che prende forma lentamente.
I quadri di Rothko toccano qualcosa di profondo, capace di vibrare in modo diverso per ciascuno. È come se ogni opera custodisse una storia propria, che crea una risonanza. Durante la visita, si ha quasi la sensazione che ognuno possa trovare il “proprio quadro”, o più di uno: opere che parlano con un linguaggio sottile e profondo, a tratti quasi impercettibile ma impossibile da evitare. E quando quel filo invisibile si accende — come un raggio che scalda — ci si trova davanti a una scelta: respingerlo o lasciarlo entrare, permettendogli di attraversarci. Entrare nelle sale significa lasciarsi colpire da un’emozione immediata e intensa, sprigionata da ogni dipinto. I colori, a volte luminosi e solo in apparenza rassicuranti, altre volte scuri, densi e opachi, rivelano lentamente anche ciò che inizialmente resta nascosto.
“Vorrei dire a coloro che considerano i miei quadri come sereni, che ho imprigionato la più assoluta violenza in ogni centimetro della loro superficie.” — Mark Rothko
Nella prima sala la forma sembra ancora tentare di contenere e definire qualcosa di più profondo e inarrestabile, come un movimento interno pronto a espandersi. È nella seconda sala che questo slancio si libera: qui i pensieri e le emozioni di Rothko trovano la loro espressione più diretta, non più mediata da immagini riconoscibili ma affidata interamente al colore. Le pennellate sovrapposte — come nel quadro No. 3/No. 13 (1949), con quel magenta intenso e vibrante — aprono a tutto ciò che si può immaginare al di sotto, come scrutare nell’inconscio di un’altra persona mai incontrata ed esserne travolti dall’impetuosità. Un’esperienza potente, a tratti violenta e destabilizzante, come un vortice che solleva e poi lascia senza appiglio. Davanti a queste tele monumentali si ha la sensazione di essere immersi, quasi avvolti.
I colori parlano nelle varie sale con registri diversi: i verdi e i blu evocano linee d’acqua, profondità oceaniche e interiori; i rossi colpiscono, carichi di intensità e tensione; i grigi restituiscono la complessità della vita, fatta di infinite sfumature, dove il bianco, il grigio e il nero si mescolano senza confini netti. Nulla è davvero uniforme o definito: tutto vibra di imperfezione, come se si potesse intravedere il gesto stesso del pittore e, attraverso di esso, qualcosa della sua interiorità. L’ultima sala appare forse la più delicata, ma non meno intensa: tonalità più morbide convivono con presenze scure, come neri attraversati da bagliori di blu elettrico. È un’impressione sospesa, quasi un congedo, in cui la vitalità resta pulsante e percepibile, anche quando sembra coperta o nascosta.
“Il fatto che un gran numero di persone rimanga profondamente turbato e pianga quando si trova di fronte ai miei dipinti dimostra che io sono in grado di dare espressione alle fondamentali emozioni umane. La gente che davanti ai miei dipinti piange compie la stessa esperienza religiosa che io compio quando li dipingo. E quando vi soffermate soltanto sui rapporti cromatici, allora vi sfugge l’essenziale.” — Mark Rothko
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