Le cose non dette

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Le cose non dette

 Le cose non dette

Regista: Gabriele Muccino

Anno: 2026

Produzione: Italia

Recensione a cura Luca Ricci

tempo di lettura 2 minuti

Un film che sceglie bene i tempi, e che parla dei tempi interni. Un professore di Filosofia e scrittore intesse una relazione passionale e rispecchiante con un’allieva. Sullo sfondo, una moglie devota, che lo sostiene da sempre. La coppia attraversa le turbolenze della frustrazione del desiderio di avere un figlio, che non arriva e che rimescola le carte del loro futuro. Accanto a loro, una coppia di amici, con una figlia sulle soglie dell’adolescenza che vede nel professore un punto di riferimento e un oggetto di investimento libidico e punto di opposizione alla madre che nega la sua crescita.
Il film si svolge durante una vacanza a Tangeri fatta dalle due coppie e nella quale intruderà l’allieva, portando il segreto del tradimento.
Si giocano, in un’atmosfera caotica e ferma di Tangeri, i tempi della vita, le deviazioni e gli adattamenti dei progetti. Il pulsionale ritorna imperioso nelle crepe della maturità intellettualizzata. Accorsi interpreta bene la turbolenza dell’incontro con una pulsione inaspettata, che nega la fine di un progetto genitoriale e di coppia. Miriam Leone, sua moglie, è voce narrante e portante di chi crede nelle torsioni di un progetto: modificare, adattarsi, accettare, una vita che può essere anche diversa. Ma c’è il dolore, prima. Dolore che chiede una prova per essere vissuto e accolto come elemento trasformativo. Claudio Santamaria è l’amico del professore, un amico vero interpretato alla perfezione, preoccupato e forse conservatore, come è il suo matrimonio con Anna (Carolina Crescentini), tenuto su solamente dalla presenza della figlia Vittoria (Margherita Pantaleo). Poi Blu, l’allieva che raggiunge il professore e porta la cosa non detta.
Ma è Vittoria che fa la differenza nella trama, e nell’interpretazione. È la ragazzina che ha la potenza della verità, che sente al di là dei compromessi della vita, che desidera, che vuole oltre la misura, come si addice all’adolescenza. È lei che ha il “non detto” perché non ha da dire, ha solo azioni incontenibili, azioni che sono il suo modo di soggettivarsi, di differenziarsi dalla madre che non la vuole cresciuta, di investire pulsionalmente (nell’Eros e nella destrudo) sugli oggetti che vuole. Le cose non dette, nel film, non sembrano essere i segreti, un po’ borghesi, dei tradimenti in una coppia forse alla deriva intellettuale; le cose non dette, lo sono perché indicibili, perché impensabili, che non possono avere parola, ma che trovano solo la traduzione nell’agito. Sono pensieri impensabili che atterriscono e lasciano nel silenzio quando se ne forma un’immagine.
Il film è piacevole, montato con tempi di sospensione e accelerazioni intense, mai troppo retoriche. Le musiche entrano nelle dinamiche degli eventi come se si potesse sentire lo stato emotivo della pellicola. Ma la cosa non detta, cruda, impensabile, è Vittoria. Il film è suo. Il resto è una generazione che passa e fa da sfondo, che non comprende se stessa e non sa comprendere il tempo futuro. La storia è delle cose dette, ma non ascoltate.