La parabola del seminatore – Octavia E. Butler
Dicembre 31, 2025 2026-01-10 11:12La parabola del seminatore – Octavia E. Butler
Continuare a sperare nella civiltà:
da “La parabola del seminatore”
Edizioni SUR, Roma, 2024
di Octavia E. Butler
Recensione a cura di Giorgia Rosamaria Gammino
tempo di lettura 2 minuti
Di recente ho avuto il “disturbante” piacere di leggere un libro scritto da Octavia Butler più di 20 anni fa, ma tradotto in italiano dall’editore SUR solo da poco più di un anno: “La parabola del seminatore”[1]. Sottolineo subito l’ambivalenza suscitatami dalla lettura perché l’autrice, immaginando un futuristico mondo distopico in cui l’America del futuro è devastata dal cambiamento climatico, è riuscita invece ad anticipare e prevedere incubi, sfide, paure e speranze legate al nostro mondo contemporaneo.
La protagonista è una giovane adolescente nera dalle straordinarie doti percettive, empatica e determinata. Preoccupata per la violenza incalzante e a cui il mondo degli adulti sembra impreparato, cerca di accogliere i continui cambiamenti e attraversare la violenza, il dolore e l’impotenza, riponendo la speranza in una nuova religione-filosofia di cui si fa “Messia” e che chiama: “Il seme della vita”. Tra parabole, narrazione d’avventura e costanti riferimenti a temi contemporanei che ci portano i nostri giovani pazienti e ci riguardano tutti come cittadini (ambientalismo, nuove forme di prevaricazione e di schiavismo, sfiducia nelle istituzioni e nella civiltà, senso di isolamento…) la distopia immaginata dall’autrice sembra un presagio per il futuro a breve termine della nostra civiltà da cui possiamo “salvarci” solo se accogliamo “Dio” come “cambiamento” più che come un “Salvatore”.
Sono infatti l’adattabilità al cambiamento e l’iniziativa individuale al sostegno dell’altro, i valori promossi dalla religione della protagonista, e che ella cerca instancabilmente di trasmettere con speranza e assertività alla sua comunità.
Sembriamo attraversare un tempo in cui a livello sociale, politico e relazionale continuiamo a rinchiuderci nel privato e a disinvestire dall’altro e dalla civiltà, bene fragilissimo che ha bisogno del contributo di ciascuno di noi per proteggersi e germogliare. Delle volte arriviamo perfino a disinvestire dall’altro relazionale tenendoci a debita a distanza proprio per la paura di “perderci” anche solo un po’ nel tentativo di costruire un “noi”. Le relazioni romantiche sembrano così spesso una fragile sommatoria di due individui separati e dalle vite distinte che vogliono mantenere senza condizioni, più che qualcosa al contempo terzo e di entrambi su cui si investe con paure e speranze e che ci plasma inevitabilmente.
Freud sottolineava come accogliere le regole del bene comune, investendo nella civiltà come unico baluardo contro la prepotenza e l’aggressività, richieda un sacrificio libidico. È un equilibrio teso e delicato, in cui ci si sforza di arginare parte della propria vorace e aggressiva individualità, cercando di investire affettivamente sull’altro, sul bene comune, sulla civiltà, sulle istituzioni. A livello sociale e anche nel nostro ruolo di psicoterapeuti impegnati nella salute “pubblica”, dobbiamo invece promuovere la capacità di pensare e sostare nella difficile oscillazione tra posizione schizoparanoide, colma di possibili significati ancora a venire, e la posizione depressiva, ancora di salvezza per la significazione dei vissuti nostri e dell’altro.
“Il seme del cambiamento” mostra con crudo realismo come “chiudersi” sia solo una vana speranza e piuttosto una chimera. “Chiudersi” è l’illusione di una bolla in cui stare dentro a vivere la nostra quotidianità ci protegga, quando invece ci fa sentire soli e sfiduciati e ci rende più aggressivi e diffidenti verso chi è “fuori e diverso”. Stare nella nostra individualità ci illude di avere il controllo delle nostre vite e di essere gli unici responsabili dei propri problemi e dei propri successi, anche a discapito degli altri.
Sono i giovani, con la loro fiamma di speranza, a continuare a riportarci ad un senso di collettività e di responsabilità condivisa. Persone e natura: interconnessi nelle loro differenze, esigenze, risorse e fragilità. I recenti moti di manifestazioni, aldilà della condivisibilità delle idee e dei valori politici che li muovono, mostrano come il dibattito pubblico riguardo i temi sociali (economici, ambientali, della salute, dell’istruzione, della difesa…) debba stimolare sempre più una presa di coscienza collettiva e un’attenzione quanto più rivolta possibile a tutta la comunità, anche a costo di qualche “sacrificio”.
[1] Il titolo del libro “La parabola del seminatore” credo sia un riferimento all’omonima parabola del Vangelo di Matteo. La parabola evangelica è una grande metafora della predicazione della parola di Dio nel corso della Storia, in cui si spiega perché lo stesso seme del Vangelo produca effetti tanto diversi nelle persone. Ognuno ha infatti un diverso tipo di “terreno” (poco profondo, sassoso, impermeabile, pieno di rovi, oppure “buono”…). che accoglierà, respingerà, farà attecchire con delle radici o volar via il “seme” della parola. È un’interessante metafora adattabile anche ad alcuni aspetti della terapia psicoanalitica.
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