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Hereafter

“Quasi morte” e “quasi vita”

a cura di Luca Ricci

tempo di lettura 2 minuti

Regista: Clint Eastwood

Anno: 2010

Produzione: Stati Uniti d’America

 

 

La narrazione segue le vicende di tre personaggi che in qualche modo si confrontano con la morte. Marie è una giornalista che si trova vittima di uno tsunami. Muore per qualche minuto e fa l’esperienza della “quasi morte”. Tornata alla vita normale, non riesce a dimenticare ciò che ha vissuto i quei momenti: una dimensione senza spazio e tempo, felice, leggera, in cui albergano le presenze dei defunti. George è un sensitivo capace di mettersi in contatto coi defunti e di riportare ai cari ancora in vita messaggi dall’aldilà. George, però, cerca di affrancarsi da questo “dono”, che per lui è una condanna. Ricerca una vita normale, fatta di lavoro, corsi di cucina, magari una relazione sentimentale. Vive però nel timore che il contatto con l’altro lo porti a sentire i suoi lutti e le voci dei defunti e che questo mini le fondamenta di ogni possibile incontro. Marcus è un preadolescente al quale muore il fratello gemello col quale condivideva tutto, compreso il tentativo di salvaguardare la madre tossicodipendente dall’intervento dei Servizi Sociali.

È una narrazione che sembra indicare l’esperienza della “quasi morte” come simbolo della difficoltà a vivere. I personaggi sono calamitati dalla morte, dal lutto irrisolto e dalla colpa. Sono tre vite che non vengono vissute. Marie abbandona il suo progetto giornalistico per ricercare evidenze scientifiche che provino l’esistenza di quella realtà ultraterrena. Si occupa del “dopo la fine” lasciando fermo lo svolgimento della sua vita quotidiana, fatta di interviste, reportage scottanti e libri da scrivere. George è fermo da anni. Il suo “dono”, dopo avergli dato da vivere, si è rivelato un limite invalicabile verso un contatto “completo” con l’altro, del quale riesce a vivere solamente le parti luttuose e depressive. Ma abbandonare il “dono” è una colpa perché priverebbe gli altri di un balsamo per le loro perdite e della fantasia che la perdita, in realtà non c’è stata. È la colpa che tiene George in uno stato di “quasi vita”. Marcus viene travolto da una perdita profondissima e in un momento della vita molto precoce. Si trova solo e si chiude nel silenzio. Il tempo, la vita, sembrano essersi fermati. È palpabile il bisogno di Marcus del fratello, della sua presenza: inizia a portare il suo berretto, dorme nel suo letto. Marcus vuole riparlare col fratellino, vuole riaverlo vicino a sé, nella terribile battaglia che sta combattendo contro una realtà durissima. Cerca quindi un sensitivo che lo metta in contatto con lui.

Il tono del film è intimo, quotidiano, crudo. Anche i tempi sono lunghi, appesi e attesi, in quella tensione del fiore che tenta di sbocciare al gelo. Traspare lo sforzo dei protagonisti nel cercare di uscire dalla stasi, da una “quasi vita” che, come la dimensione dei defunti, non sembra poter andare avanti.

Sembra che sia la consapevolezza della colpa verso se stesso per non permettersi di vivere, che George riesce a prendere le distanze dal suo “dono”. Forse lui non è il salvatore della depressione dell’altro, forse non è la risorsa del fratello per una vita più ricca con i soldi che farebbe da sensitivo. Forse George è una persona che ha degli interessi, e che può scegliere di proteggersi dalle parti depressive altrui. Forse può dare parole ai defunti per farli parlare della realtà del lutto e portare un disgelo. Forse c’è spazio anche per avere visioni di un “dopo” che sa vita, che sia futuro.

Forse è il bisogno di Marcus di avere il suo lutto che lo spinge a ricercare qualcuno che gli parli con le parole che vorrebbe sentire dal fratellino che è stato perso, e che è necessario che venga perso.

Forse Marie ha bisogno di scrivere della sua “morte”, ha bisogno di darle parole, di attraversare la voce della sua depressione.

Il presente del lutto è un passato che cerca futuro.

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