Le Macchine Non Possono Pregare – Anastasio

MusicaRubrica "Associamo"

Le Macchine Non Possono Pregare – Anastasio

Le Macchine Non Possono Pregare 

Autore: Anastasio

Etichetta: Woodworm

Anno: 2025

Produzione: Italia

Recensione a cura di Giorgia del Mese

tempo di lettura 2 minuti

Il terzo lavoro in studio di Anastasio “Le macchine non possono pregare” è un disco potente ed espulsivo, a tratti pantoclastico che ti inghiotte e colonizza, che invade in modo disturbante con contenuti pervasi di rabbia e delusione eppure circondati da una insospettabile aurea di tenerezza e gratitudine per l’esperienza stessa di essere al mondo. Un’opera rock che attraverso 12 tracce monografiche cerca di rintracciare il disagio e lo smarrimento di essere soggetti de-soggettivizzati dalla dittatura di un algoritmo che impone gusti, appartenenze, destini, semplificando, quasi annullando l’ambivalenza che esiste in ogni scelta in un riduzionismo alienante.
Un disco accompagnato anche da un graphic novel, come un tentativo di estensione dell’ascolto, di integrazione della comprensione che dal canale sonoro musicale va a quello grafico, estetico, rappresentativo. Colpisce in questo disco la vocazione intimista, il talento e la narrazione letteraria di un giovane autore che nella scena rap contemporanea, dominata da tematiche profondamente patriarcali, capitalistiche e intrise di violenta povertà cerca di tracciare con dolore la scoperta del suo vero sé.

Emerge la ricerca di una autenticità esistenziale prima di ogni compromesso, prima di ogni principio di piacere, prima di ogni gratificazione.
Disco incentrato sul conflitto tra essere umano e macchina, ma in fondo anche tra parti scisse del sé in una attesa religiosa, ma anche assertiva e dolente di una possibile ricomposizione della frammentazione esistenziale e psichica.  
La macchina per Anastasio diventa il simbolo antropomorfizzato di un mondo devitalizzato, un oggetto quasi persecutorio che dichiarando l’onnipotenza nella negazione del limite, mortifica e annienta la necessità del desiderio, l’errore, la ricerca di senso elettivamente appartenente alla specie umana. La macchina è incarnata non solo dai social, dal commercio digitale, dal bisogno tossico senza necessità, dalla dipendenza, ma diventa una critica complessiva e amara sulla fuga dalla libertà dettata da un contemporaneo sistema sociale costantemente teso alla sparizione dell’inconscio.

Nella prima traccia “La mosca emerge l’elemento ossessivo, l’intruso della mente, qualcosa di invasivo che attraverso una musica e un arrangiamento idiosincronico narra la presenza di un Super-io imperativo e dogmatico che impone efficienza, adattamento, toglie il respiro, eppure è sentito come tensione interna, come pulsione distonica, come l’estraneo spaventoso che pure inevitabilmente ci abita.
In “Madre Elettrica” una delle tracce più dense del disco, la figura materna da contenitiva e rispondente diventa elettrificata ed eccitata, quindi distante e spaventosa, una madre che non nutre ma chiede di essere costantemente sollecitata e animata per non avvertire l’esperienza di sentirsi morta.
Un tentativo di posizione regressiva e di ritorno quasi ad uno stato di armonia intra-uterina emerge in “Aboliamo il tempo” in cui la musica più di ogni altro elemento è evocativa, frammentata, a tratti violentemente rotta, a narrare la necessità di interrompere un caos interno sentito come non più tollerabile.
È in “Sono un animale ferito” che l’elemento evacuativo e dirompente del disco di Anastasio riesce a prendere fiato e speranza. Il ritmo rallenta e gli arrangiamenti si dilatano come in una possibilità di avvicinare il dolore e la vulnerabilità in un insight introspettivo. L’acting out delle tracce precedenti lascia spazio alla elaborazione della mancanza, un iniziale principio di elaborazione del lutto.
Il disco si conclude con la bellissima “La pioggia” una sorta di sublimazione lirica e commossa di un percorso che tagliato dalla dissociazione e dalla spaventosa vertigine di non essere nel proprio tempo e spazio raggiunge l’immagine di una rinascita purificatrice. Una rinascita individuale ma che rimanda ad un inconscio collettivo con l’immagine della fuoriuscita dei propri simili da una grotta di oscurità finalmente ad abbeverarsi e bagnarsi da una pioggia di verità.

Il linguaggio di questo disco è estremamente simbolico e onirico, la narrazione e la tecnica ci rimandano ad una lunga catena associativa di idee e pensieri che prendono forma e senso nel seguire il pensiero disallineato e tormentato dell’autore, un lungo viaggio nella eterna lotta tra principio di piacere e l’estremo scandalo dell’esistenza della pulsione di morte.
È come se Anastasio in questo disco facesse un lento processo di avvicinamento da una posizione schizo-paranoide in cui l’elemento persecutorio è solo alloplastico e destrutturante, ad una posizione più melanconica, quasi egosintonica, simbolizzabile. Emerge la possibilità di mentalizzazione raggiunta attraverso un lavoro di ripetizione ossessiva del trauma più che di elaborazione. È l’area traumatica che viene messa in scena in questo disco, l’elemento traumatico è rappresentato dalla macchina come portatrice di seduzione, dall’automatizzazione erotizzata che eccede la capacità di contenimento dell’eccitazione.

Un disco intenso, impegnato, controverso e difficile, di un artista complesso che attraverso la musica, l’arte, la poesia è riuscito a dare senso e comunicazione alla propria storia. La rappresentazione artistica emerge ancora una volta come un canale prezioso e insostituibile per poter mettere ordine nel proprio caos interno e per poter rendere maneggiabile, intellegibile e condivisibile un pezzo della propria biografia.