Amata
Novembre 21, 2025 2026-01-10 11:16Amata
AMATA
Allerta Spoiler!
Regia: Elisa Amoruso
Produzione: Italia
Anno: 2025
Recensione a cura di Gianluca Laudicina
tempo di lettura 2 minuti
“Alla nascita di un bimbo il mondo non è mai pronto”.
Prima di cominciare, la regista vuole fare questa onesta premessa, anticipando un’esperienza vera nella sua crudezza: le emozioni che avvolgono alcune maternità, o forse che avvolgono le donne in determinati momenti della maternità. Due donne, appartenenti a generazioni diverse, accomunate da una mancanza che le attraversa e le definisce, quella delle loro madri, mai davvero presenti. È un’assenza che non riguarda solo la figura materna, ma si estende a quella degli adulti, delle generazioni che dovrebbero stare alle spalle, a fare da sostegno e da radice nelle trasformazioni, anche del corpo.
Intorno a loro, un mondo dove il corpo si presenta come teatro e testimone di tutto: corpo esaltato, cercato, negato.
La giovane ragazza si muove nella ricerca leggera e smarrita di piacere, come a voler confermare la propria esistenza attraverso lo sguardo degli altri, come se attraverso il corpo potesse riconoscersi viva, giovane donna padrona del proprio desiderio.
La figura più matura invece si confronta con un corpo che non risponde, che tradisce o si spegne, un corpo che non funziona più o non funziona come dovrebbe, e che si chiude al mondo. Infine una donna anziana, che del corpo ha conosciuto la passione ma ha deciso altro, come se la sua storia avesse scelto di fermarsi un passo prima della continuità. Lei, ha amato, molto, ma non si è mai sposata, né concessa alla maternità. Questo vissuto è frutto di un percorso nel quale le aspettative giungono, prima o poi, ad una frustrazione nel contatto con la realtà. Corpi dunque esposti, oggetto di piacere e di dispiacere, di desiderio e di mancanza. È una fotografia cruda, a tratti desolata, di solitudini che si toccano senza incontrarsi davvero, di isolamento che appare casuale e insieme inevitabile, come se tutto fosse accaduto, o fosse stato voluto, da sempre.
Ma grazie alla poetica di Franco Battiato, che reinterpreta una canzone di Sergio Endrigo, “Te lo leggo negli occhi”, viene condensata la potenza della comunicazione non verbale delle vere emozioni, soprattutto in uno stato di bisogno le cui radici si sono perse nel passato di ognuno:
“Finirà, me l’hai detto tu
Ma non sei sincera
Te lo leggo negli occhi
Hai bisogno di me
Forse vuoi dirmi ancora no
Ma tu hai paura
Te lo leggo negli occhi
Stai soffrendo per me
E nei tuoi occhi che piangono
Mille ricordi non muoiono
Perdonami se puoi
E resta insieme a me
Tra di noi forse nascerà
Un amore vero
Te lo leggo negli occhi
Tu lo leggi nei miei…”
In tutta questa narrazione di primi piani densi di emozioni forti, i padri non ci sono, o non ci sono più, e l’unico uomo in questa storia se la suona da solo.
È lo sguardo diretto della regista che osserva, e ci fa osservare, le ferite dell’essere umano: siamo pieni di fragilità e l’unica esperienza di natura salvifica sembra essere la chiusura in un narcisismo intimo e dolorante. Almeno pensiamo di poterci leccare le ferite da soli, senza dichiarare il bisogno a qualcuno e senza cogliere il bisogno di qualcun altro.
I servizi per la maternità si rivelano fallaci, segnati da una distanza tra la teoria della cura e la difficile pratica quotidiana. È tutto “normale”, ma di una normalità angosciante. Un viaggio sul precipizio, in cui paure e angosce restano sempre sull’orlo dello scoppio. In ultimo, ciò che non ha potuto evolversi è sempre pronto a riemergere nel momento in cui ci si trova al limite della propria capacità di tollerare la fatica della vita, dando luogo a un festival di proiezioni di sé.
Così, ben rappresentato nella scena finale, la giovane madre riemerge da un bagno nel mare senza confini, mentre la neonata viene asciugata dopo un bagnetto.
Forse il titolo doveva avere un punto interrogativo: Amata?
La realtà della vera vita interiore è angosciante. Per tutti.
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